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Chivu Cristian “D’Artagnan”: se vincere diventa una colpa
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2 ore agoon

Tra complottismi da spogliatoio e una Champions diventata un miraggio norvegese, il tecnico neroazzurro scopre che in Italia il successo è l’unico peccato che non viene perdonato.
Chivu si sfoga: davvero “all’Inter non vengono dati meriti”? C’era una volta il calcio delle sentenze emesse al triplice fischio; oggi c’è il calcio della “narrativa”. Cristian Chivu, che dell’Inter di Mourinho fu il soldato silenzioso e che oggi ne scimmiotta la postura da trincea, ha deciso di indossare l’elmetto.
Dopo il 2-0 al Genoa, invece di godersi il primato, ha puntato l’indice contro i “nemici esterni“, rei di non lucidare abbastanza l’argento vivo di una stagione dominata in patria, ma sporcata dal fango di Bodo.
Chivu Cristian: Il Teorema del Merito Negato
Il copione è un classico del vittimismo applicato alla sfera di cuoio. Chivu guarda la classifica e vede un deserto dietro di sé: un record di punti dopo 27 giornate che farebbe impallidire i predecessori e una concorrenza domestica che si è sciolta come neve al sole (o come l’Inter sul ghiaccio norvegese).
Ma ecco l’intoppo: per i critici, questo scudetto non sarebbe farina del sacco nerazzurro, bensì il risultato di un “bando per la vittoria” andato deserto. Come se la colpa di Chivu fosse quella di aver corso da solo in un’autostrada senza autovelox, mentre gli altri — Milan e Juve in testa — restavano in panne all’autogrill.
Il Fantasma di Bodo e il Portafoglio di Marotta
Dietro il nervosismo del tecnico, però, non c’è solo l’estetica del gioco. C’è il realismo cinico dei conti. Beppe Marotta, il Gran Visir del mercato a parametro zero, i 15 milioni degli ottavi di Champions li aveva già messi a bilancio sotto la voce “certezze”. Vedere il Bodo Glimt banchettare a San Siro è stato un trauma non solo sportivo, ma contabile.
Le scuse sono le solite: il “ciclo soffocante”, il “campo di plastica”, le assenze di Lautaro e Calhanoglu. Argomenti solidi, certo, ma che si scontrano con la realtà di una squadra che per tre settimane ha pensato solo all’Europa, finendo col farsi sbranare dai pescatori del Nord .
La Sindrome del “Maestro” Chivu Cristian
Chivu ha scelto la strategia del muro: mettersi davanti allo spogliatoio per difendere i suoi “pretoriani”. È lo stile Mourinho, quello della “prospettiva di chi racconta la storia”. Se vinci il campionato, sei un dominatore; se esci dalla Champions, sei un provinciale di lusso.
“La differenza tra buoni e cattivi sta solo nella prospettiva di chi racconta la storia.” Ora la strada è stretta. Martedì a Como, in una semifinale di Coppa Italia che scotta più di un derby, Chivu si gioca la “doppietta”.
Vincere il solo scudetto, in questo strano Paese, rischia di essere considerato il “minimo sindacale”. Per spegnere il fuoco della narrazione perplessa e dimostrare che i meriti ci sono eccome, non servono le bordate in conferenza stampa. Servono i trofei in bacheca. Perché, come direbbe il suo mentore portoghese, gli zero tituli non hanno mai fatto narrazione, solo rumore.













