La pallina oltre il divano, nasce così il gol alla Del Piero

Il giovane Del Piero è cresciuto a pane e Platini, provando e riprovando, con insistenza quasi maniacale, a replicare esattamente le traiettorie liftate dell'idolo Michel...
 di Gabriele Cantella  articolo letto 373 volte
Alex Del Piero
Alex Del Piero

Accadde a settembre. Il 13 settembre 1995 la Juventus si affacciava per la prima volta sul palcoscenico scintillante della Champions League, moderna evoluzione della cara, vecchia Coppa dei Campioni o European Cup per dirla alla anglosassone. Nella stagione precedente, i bianconeri, guidati da Marcello Lippi in panchina, erano tornati ad appuntarsi sul petto uno scudetto atteso e agognato per nove lunghi anni, guadagnandosi l'accesso dalla porta principale alla massima competizione continentale per club.

L'esordio non può certo definirsi morbido per una Juve impegnata sul campo, sempre insidioso, del Borussia Dortmund degli ex Moeller, Reuter, Kohler e Julio Cesar e priva degli alfieri Vialli e Ravanelli, entrambi squalificati. Lippi non può più contare sull'estro e i gol pesanti di Roberto Baggio, passato in estate al Milan, ma strofina e strofina, dalla lampada del tecnico toscano, qualcosa vien fuori ugualmente: il genio di un ragazzo dalla faccia pulita e dai piedi di velluto, che porta sulle spalle con raffinata eleganza e disarmante naturalezza quel numero 10 lasciatogli in eredità proprio dal Divin Codino.

Il giovane Del Piero è cresciuto a pane e Platini, provando e riprovando, con insistenza quasi maniacale, a replicare esattamente le traiettorie liftate dell'idolo Michel e ricevendo in cambio, da mamma Bruna, certi sermoni che neanche la domenica in chiesa. Che c'è di male, si chiede il piccolo Alex, nel voler emulare le gesta del proprio calciatore preferito? Nulla, se non cerchi di farlo nel salotto di casa, calciando di interno destro una pallina da tennis e imprimendo ad essa un effetto tale da farle scavalcare il divano mandandola a sbattere sull'interruttore della luce.

Quel particolare effetto a rientrare impresso a quella pallina è lo stesso che una decina d'anni più tardi Alessandro imprimerà al pallone per indirizzarlo all'incrocio dei pali della porta difesa da Klos la sera di quel 13 settembre 1995. Una serata di pioggia, cominciata come peggio non avrebbe potuto, per effetto del più classico dei gol dell'ex. Un gol-lampo quello di Andy Moeller, al quale risponde Michele Padovano con un colpo di testa in avvitamento, tanto utile quanto bello da vedere. Ma "La Grande Bellezza", non quella di Sorrentino, quella di Del Piero deve ancora venire. 

È un 1-1 stagnante, difficile, quasi impossibile, da modificare senza l'invenzione abbagliante di un singolo, senza il guizzo improvviso del campione. Già, un'invenzione, ecco cosa ci vorrebbe! E l'invenzione arriva. Inattesa. Geniale. Il bambino che calciava ad effetto una pallina da tennis oltre il divano del salotto di casa per innescare l'interruttore della luce, adesso, diventato uomo, la luce la accende sul campo del Westfalen Stadion, abbagliando tutti, compagni, avversari, milioni di tifosi. Jugovic ferma Tretschok, palla a Paulo Sousa che lancia Del Piero sulla sinistra.

Il numero 10 bianconero entra in area, punta Kohler che gli si para davanti, una finta, un'altra e in una frazione di secondo, ecco l'invenzione: Alex calcia quel pallone imprimendogli lo stesso particolare effetto che consentiva alla pallina di superare il divano finendo per centrare in pieno l'interruttore. Allo stesso modo, il pallone disegna nell'aria umida di pioggia una parabola che scavalca l'ex compagno Kohler e, lasciandosi dietro una scia bagnata simile alla coda luminosa di una cometa, va a spegnersi nel sette, lì dove Klos non può nemmeno pensare di arrivare.

Nasce così il gol alla Del Piero, non un semplice gol, piuttosto un marchio di fabbrica, un segno distintivo, come la Z di Zorro, la S di Superman, il pipistrello di Batman, la sfiga di Fantozzi. Interno destro a giro sul palo più lontano, una giocata che già in un paio d'occasioni Alessandro ha provato nella stagione precedente con egual esito: a Napoli prima e a Roma contro la Lazio poi. Una giocata che ripeterà in serie, sui campi d'Italia, d'Europa e di nuovo su quello di Dortmund, undici anni dopo. Da Dortmund a Dortmund, dalla Champions League alla Coppa del Mondo.

È il 118' di una semifinale tiratissima, che l'Italia ha sbloccato con caparbietà e fatica nel secondo supplementare grazie a un Fabio Grosso formato Mundial, Cannavaro stoppa l'arrembaggio tedesco ed esce dalla difesa portandosi avanti il pallone col petto, subentra Totti che lancia Gilardino. Il centravanti temporeggia, attende qualcuno a cui appoggiare la palla. Quel qualcuno è Del Piero, proprio lui, che ha seguito l'azione e attraversato di corsa tutto il campo come sospinto da una forza invisibile per giungere puntuale all'appuntamento col destino.

Il Gila legge con la coda dell'occhio il movimento di Alex alle sue spalle e gli appoggia il pallone: il capitano della Juventus arriva di slancio, un tocco lieve, quasi una carezza, la palla nel sette. Stessa porta, stesso angolo, stessa parabola beffarda, imprendibile. Ancora un gol alla Del Piero, undici anni dopo il primo. Impressioni di settembre.