Pirlo rivela: "Hodgson? All'Inter mi chiamava 'Pirla'..."

L'ex bianconero svela un curioso retroscena
29.07.2020 11:00 di Carlo Tagliagambe Twitter:    Vedi letture
Andrea Pirlo
Andrea Pirlo

Si sono incrociati per una breve parentesi all'Inter nel 1999, ma il destino li rimetterà di fronte in occasione dei mondiali del 2014, quando l'Italia di Andrea Pirlo affronterà l'Inghilterra di Roy Hodgson. E così, proprio in occasione dell'uscita della sua biografia in terra d'Albione, il numero 21 ha concesso qualche anticipazione ai media d'oltremanica:  “Nel primo anno all’Inter ho giocato abbastanza. Con Simoni andava tutto molto bene, anche durante il ritiro estivo mi fece giocare molto, sia partendo dalla panchina che dall’inizio. In seguito è arrivato Mircea Lucescu, lui preferiva lavorare con calciatori più esperti. Poi si sono alternati anche Castellini e Hodgson: il primo mi riteneva importante, mentre il secondo sbagliava sempre il mio nome: mi chiamava Pirla, che in italiano significa “testa di c….”, forse aveva intuito prima di tutti gli altri la mia vera natura. Nel 1999 abbiamo cambiato quattro allenatori, mi svegliavo al mattino e non ricordavo più nemmeno chi fosse il mio mister

Sulla sfida col Liverpool nel 2005 e la coppa persa ai rigori ad Istanbul con la maglia del Milan: “Ho pensato di smettere, credevo che nulla nello sport avesse più un senso. Quella finale mi aveva svuotato: ancora adesso non ho idea di come sia potuto succedere, ma la verità è che quando l’impossibile diviene realtà, qualcuno lo prende in quel posto. In quel caso a farlo fu tutto il Milan: un suicidio di massa. Quando finì quella tortura, ci ritrovammo negli spogliatoi dell’Ataturk: non riuscivamo a parlare, non riuscivamo a muoverci. Mentalmente eravamo a pezzi. E col passare delle ore fu anche peggio: insonnia, rabbia, depressione. Avevamo inventato una nuova malattia, la sindrome di Istanbul. Non mi sentivo più un giocatore, ma cosa ancora peggiore non mi sentivo nemmeno un uomo: non osavo più guardarmi allo specchio. Credevo che la mia storia calcistica fosse finita. Non ho più rivisto quella gara, fa troppo male. Ma fu un messaggio per le generazioni future: se ti senti invincibile, stai facendo il primo passo su una via di non ritorno”.