Coppe Europee
Debacle Roma: è la volpe che non arriva all’uva, o l’uva che…
Published
1 ora agoon
By
Redazione
Debacle Roma: è la volpe che non arriva all’uva, o l’uva che è troppo in alto per la volpe? Ci sono partite che, ancor prima di iniziare, pensi di non poter vincere. E ci sono confini che, prima ancora di raggiungerli, credi di non poter esplorare. Poi arriva il giorno in cui ti ritrovi davanti a quegli orizzonti e ti senti tremendamente piccolo, inadeguato, quasi privo dei mezzi necessari per affrontarli. Eppure, proprio lungo il cammino, comprendi che tutto ciò che hai vissuto ti ha permesso di arrivare fin lì. È allora che inizi a osare, a pretendere di più, a credere che ciò che sembrava irraggiungibile possa finalmente diventare tuo.
Debacle Roma, dal Bodø/Glimt al Real Madrid: ambizioni sempre più grandi
Forse, per comprendere quanto siano cambiati gli orizzonti della Roma, basta ricordare il 6-1 in Norvegia contro il Bodø/Glimt. Allora, una sconfitta del genere rappresentava l’emblema di una distanza difficile da colmare. Oggi, invece, ci ritroviamo a recriminare per aver perso contro il Real Madrid. Non è una semplice differenza di avversari, ma il segnale di ambizioni che sono cresciute. Non ci accontentiamo più di esserci: vogliamo competere, vincere, sentirci parte di quella grandezza che per troppo tempo abbiamo osservato da lontano.
Eppure, tra il sentirsi all’altezza e l’esserlo davvero esiste uno spazio sottile, spesso colmato dall’esperienza. Ieri la Roma è arrivata vicinissima a raccogliere un risultato importante, ma proprio quando il traguardo sembrava a portata di mano è riemersa quella difficoltà nel compiere l’ultimo passo. Perché il talento e il desiderio non sempre bastano: quando non sei abituato a frequentare certi palcoscenici, l’inesperienza può presentarti il conto nel momento decisivo.
Il gol di Rüdiger e il passato della Roma
In questo senso, il gol di Rüdiger assume quasi il significato di un messaggio che ritorna dal passato. Un uomo che ha vestito la maglia giallorossa e che oggi rappresenta una realtà abituata a vivere stabilmente ai vertici del calcio europeo. Il suo gol diventa, simbolicamente, il riflesso di una storia romanista segnata da grandi interpreti lasciati andare e da occasioni in cui è sembrato mancare il coraggio di costruire attorno al talento un progetto capace di compiere il definitivo salto di qualità.
Non ogni addio racconta un errore, né ogni sconfitta è una condanna, ma resta la sensazione di una grandezza troppe volte sfiorata e mai trasformata in una dimensione stabile. Come se il passato fosse tornato a ricordarci quanto possa essere amaro arrivare sulla soglia dell’eccellenza senza riuscire ad attraversarla.
Sine metu: la Roma e la paura di vincere
E allora torna alla mente quel Sine metu che accompagna la tifoseria romanista. Senza paura. Eppure, quella metu sembra ancora abitare le pieghe di questa squadra, riaffiorando proprio quando la possibilità di vincere diventa concreta. Perché negare la paura non significa non averla, così come riconoscerla non significa esserne prigionieri. Il coraggio non consiste nell’assenza di timore, ma nella capacità di non lasciare che sia il timore a decidere il nostro destino.
La Roma deve compiere proprio questo passaggio: smettere di considerare certi traguardi un’eccezione e imparare a viverli come una possibilità concreta. Non basta più dimostrare di poter competere con le grandi; bisogna imparare a vincere contro di loro, a gestire i momenti decisivi, a trasformare l’ambizione in continuità e il potenziale in consapevolezza. Perché la grandezza non si raggiunge soltanto disputando una grande partita, ma imparando a restare a quei livelli.
Debacle Roma, il salto di qualità passa dal coraggio
Forse è proprio questo il senso della sconfitta: scoprire di essere arrivati così vicini a qualcosa che, fino a poco tempo fa, ci sembrava irraggiungibile. E capire che il problema, adesso, non è più domandarsi se siamo all’altezza di certi orizzonti, ma trovare il coraggio di attraversarli. Perché il confine più difficile da superare non è quello che ci separa dagli altri, ma quello che continuiamo a tracciare dentro di noi. È la paura di osare, di pretendere, di diventare finalmente ciò che abbiamo sempre desiderato essere. E finché quel confine resterà intatto, continueremo ad arrivare a un passo dalla grandezza, senza riuscire ad afferrarla.
Ieri, al novantesimo, “siamo morti” un’altra volta. Ma forse è proprio da queste ferite che deve nascere una Roma diversa: una squadra che smetta di avere paura del proprio destino, che impari dai suoi fantasmi e che non confonda più il privilegio di competere con il diritto di vincere. Perché gli orizzonti, una volta raggiunti, non possono più essere una scusa per fermarsi. Diventano una responsabilità. E allora non basta essere arrivati fin qui. Non basta aver sfiorato l’impresa. Non basta uscire dal campo con la consapevolezza di averci provato. Adesso dobbiamo imparare a prenderci ciò che ieri abbiamo soltanto sfiorato, sine metu. Anche se per ora la domanda resta, e rimbomba forte, dentro di noi: è la volpe che non è arrivata all’uva, o l’uva che era troppo in alto per la volpe?
Andrea Caleca
You may like

Roma: crollo shock col Real. Gasperini tradito dai cambi

Patto d’Europa: Lautaro e Barella guidano la missione riscatto

Milan: Endrick dice sì. Il brasiliano in arrivo a gennaio?

Cagliari, la prova del nove: Spalletti prepara i big per la rimonta

Hakan, il rientro che cambia il centrocampo: pronto per rientrare

John Elkann e la nuova sfida Juve: 250 milioni per rafforzare il futuro















