Lo strillo di Borzillo - Che noia che barba, che barba che noia!

Il punto in casa nerazzurra a firma fi Gabriele Borzillo
02.11.2021 08:05 di Redazione Calcissimo   vedi letture
Lo strillo di Borzillo - Che noia che barba, che barba che noia!
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L’Inter ha vinto, viva l’Inter. Ha vinto con la sicurezza della squadra che sa di essere più forte dell’avversario di turno, lasciando ai friulani la bellezza di un tiro pericoloso verso la porta di Samir al minuto ottantotto, secondo più secondo meno, e una conclusione sporca ma centrale nel primo tempo. Tutto qui. Per il resto una sorta di monologo nerazzurro un filo monotono nel primo tempo, poca corsa e poca fantasia, comunque perlomeno quattro palle gol non sfruttate, e l’accelerazione importante nella ripresa con doppietta speciale di Tucu Correa, fino a quel momento il peggiore in campo, da lì in avanti eroe di giornata. Perché il Tucu è così: letargico in alcuni frangenti, che ti verrebbe da dirgli qualcosa poi, all’improvviso, si accende come se qualcuno gli sfregasse la schiena, a mo’ di genietto della lampada. L’uno a zero è devastante, il raddoppio altrettanto bello, con la corsa di Dumfries e l’invito perfetto per il giovanotto di Juan Batista Alberdi, cittadina nel nord dell’Argentina abitata da venticinquemila anime, circa.

E allora la noia da dove viene, magari vi vien da domandare? Dai mormorii e mugugni che usualmente accompagnano il giocatore dell’Inter in difficoltà. Cioè, io mi sono stancato, rotto è brutto e poco gentile, dei tifosi ululanti, quelli che vanno allo stadio e, chissenefrega, se tizio gioca male lo fischio, ho pagato il biglietto io, faccio quello che mi pare. Il famoso lavoro, guadagno, pago, pretendo. Che va bene nell’immaginario collettivo per farsi quattro risate tra amici. Al contrario non va bene allo stadio, non va bene rumoreggiare per un controllo sbagliato ora di questo ora di quel calciatore, non va bene perché in questo modo non si aiuta la crescita di un ragazzo che già fatica, provenendo da un calcio differente, da un paese differente, da usi e costumi differenti e che, magari, avrebbe bisogno di sentire il calore del tifo amico. Esempio banale e quantomai appropriato: al raddoppio di Gioacchino Ivan Perisic, cerchiamo di rinnovare il contratto a questo signore prima di perderlo a zero, va ad abbracciare Dumfries, prima di tutto. Così come Danilone a Empoli, appena segnato, è andato verso la panchina cercando l’olandese che, sulla carta, dovrebbe rappresentare un suo avversario diretto nella corsa alla titolarità di una maglia ma, siccome siamo una squadra e non tanti singoli, forti quanto volete ma pur sempre singoli, la cosa più bella da fare è aiutare il tuo compagno in quel momento meno performante per una serie di motivazioni che a noi non è dato conoscere. 

Non ce la fate proprio a non fischiare? A non mugugnare? A non rumoreggiare? Perfetto, ci mancherebbe anche, il calcio è uno spettacolo ed è lecito esprimere il proprio disappunto. Aspettando, non mi sembra complicato da fare, il triplice fischio finale. Ecco lì, se ne avete voglia, fischiate, mugugnate, rumoreggiate. Al triplice fischio finale. Prima, non lo dico perché chissà cosa, soltanto per averne parlato con ex calciatori anche di un certo livello, non fa altro che male a chi sa di non essere al meglio delle proprie capacità.

Ora, da che mondo è mondo il pubblico interista è caldo, appassionato, esigente, intenditore del buon calcio. Proprio da questo voglio partire, dal calore, dall’amore sconfinato per i colori del cielo e della notte: se pensate di essere tifosi, di amare il nerazzurro allora, per cortesia, sostenete la squadra durante la partita.

Il tempo per fischi e fischioni, casomai, quando tutto è finito.

Non prima.

Alla prossima.