Tevez racconta Carlitos: "Tra il calcio e la criminalità ho scelto il primo, per questo oggi sono vivo"

L'Apache si confessa ai microfoni di FIFA.COM.
07.11.2018 12:00 di Gabriele Cantella  articolo letto 280 volte
Tevez
Tevez

Il pallone o la pistola. Ha scelto il primo Carlitos Tevez e di quella scelta non se n'è mai pentito. Nell'inferno della Ciudad Occulta la criminalità è la via più facile per ribellarsi alla miseria, ma lui ha scelto di non scegliere la via più facile. Alle rapine ha preferito i dribbling, alla droga i gol. E alla fine ce l'ha fatta. Il crimine non paga, il calcio può salvarti. L'Apache si racconta. Tevez racconta Carlitos: "La mia infanzia è stata difficile, ho vissuto in un posto dove droghe e omicidi facevano parte della vita di ogni giorno. Vivere in quel modo, anche se sei un ragazzino, ti fa crescere in fretta e ti mette nelle condizioni di scegliere da solo la tua strada. È dura far capire alla gente cosa sia vivere a Fuerte Apache se non hanno provato le stesse cose che ho provato io. Non puoi entrare nella testa della gente e spiegare loro cosa mi ha insegnato la strada. E mi ha insegnato tanto: la mia infanzia è stata difficile, ho vissuto in un posto dove droghe e omicidi facevano parte della vita di ogni giorno. Vivere in quel modo, anche se sei un ragazzino, ti fa crescere in fretta e ti mette nelle condizioni di scegliere da solo la tua strada. Io l'ho fatto, non ho mai tollerato le droghe o gli omicidi e fortunatamente ho potuto fare la mia scelta. Coronel aveva tutto per avere successo ma ha scelto una strada diversa, quella della criminalità. Ha fatto la scelta più facile, non è stata una questione di sfortuna. Penso spesso a lui, era il mio migliore amico, stavamo insieme 24 ore al giorno. Una volta ti derubavano ma ti lasciavano andare via. Ora gli dai tutto quello che hai e ti uccidono pure. Pensano solo alle proprie vite e non a quelle degli altri. Dobbiamo però mostrare alla gente che ci sono anche bravi ragazzi a Fuerte Apache e nella Ciudad Oculta come in tutte le città argentine. Io ne sono venuto fuori e come me anche altri. Non è facile ma ognuno ha il proprio destino nelle sue mani. Non so se essere cresciuto in quell'ambiente ha fatto di me un calciatore più battagliero, ho sempre giocato a modo mio ma è possibile. L'Argentina mi manca, mi manca tanto. Mi sono sempre mancati amici e famiglia, sin dall'inizio. Per fortuna ricevo tante visite per cui non sono sempre solo. Dopo otto anni a Manchester ho ricevuto un caldo benvenuto a Torino, la gente è molto alla mano, anche se meno passionale rispetto a posti come Roma o Napoli. Si vive bene qui ed è il posto dove è stato più facile per me ambientarmi, anche per la lingua, che capisco un po' meglio, mentre in Inghilterra è stata più dura.. Non sento il peso della 10. Anche se è importante per me, non mi metto addosso altra pressione per sentirmi degno di questa maglia, altrimenti diventerei matto e non potrei fare il mio lavoro nel modo giusto".