Lo strillo di Borzillo - Rimandati, immeritatamente.

Il punto in casa Inter a firma di Gabriele Borzillo
29.11.2018 10:58 di Redazione Calcissimo   Vedi letture
Spalletti
Spalletti

Avete presente quelle frasi fatte che i professori raccontavano a scuola? Quelle robe del genere ti applichi, studi, ma hai qualche piccola lacuna e ci rivediamo a settembre? Così i tuoi mugugnavano per tutta l’estate e, mentre gli amici si divertivano tra un tuffo e l’altro, uno che ti stava particolarmente sulle palle corteggiava sfacciatamente quella che ti piaceva tanto ma tu eri a casa a studiare e lui in spiaggia a cazzeggiare. Che magari il tuo vicino di banco, un pippone mai visto, l’aveva sfangata non si capisce per quale motivo e tu, nonostante l’impegno, ti ritrovavi con un magone infinito.

Ecco, questa è la sintesi di una partita giocata nemmeno male, che hai rischiato di vincere, pochissimo di perdere, hai controllato senza rischi reali per ottanta minuti nonostante aver giocato un tempo in dieci uomini per la cocciutaggine del tuo allenatore e di quello che è andato in campo sapendo di essere forse al 10%, di sicuro inadatto ad una battaglia come quella di ieri. Ecco, l’Inter è il ragazzotto sfigato, rimandato a settembre magari senza nemmeno meritarlo. Ma andiamo con ordine.

C’è il sole a Milano, è un mercoledì come gli altri. Sticazzi, è un mercoledì completamente diverso dagli altri; un mercoledì che può determinare il passaggio della tua squadra del cuore agli ottavi di finale della Champions, in un girone che al momento dell’estrazione tutti ridevano, si scompisciavano, facevano i conti su dopo quante giornate i nerazzurri sarebbero stati estromessi da tutto. Perché si, perché i leoni da tastiera, quelli che tutto sanno avendoglielo raccontato il cuggino (con due g) dell’amico del rosticciere dove va a comprare il pollo arrosto la colf del vicino di casa del commercialista dell’avvocato dello zio di un procuratore amico a sua volta di un parcheggiatore dove sosta spesso quello che ha venduto la macchina ad un giocatore qualunque, mettete pure voi il nome, erano convinti che finanche il PSV avrebbe rappresentato uno scoglio quasi insormontabile per la truppa Spalletti. C’è il sole, dicevamo, e fa pure un calduccio simile a quello di inizio primavera; il tempo non passa mai, arrivare alle ventuno potrebbe essere duro e faticoso, oltre ai consueti attacchi d’ansia pallonara pronti a colpire non appena il tuo pensiero va a Wembley. Quindi fai di tutto; il bucato, lavi i piatti a mano, stendi, stiri, passi l’aspirapolvere, lo straccio, pulisci anche il water. E lavori. Magari scrivendo di qualunque cosa non sia calcio. Il calcio, mercoledì 28 novembre 2019, è tabù. Fino alle ventuno.

E arrivano ‘ste fatidiche ventuno. Fai finta di niente, sei indifferente, fischietti un motivetto dei Pooh, va bene anche Gianni Nazzaro, scegliete quel che più vi aggrada, accendi distrattamente la tele che tanto chissenefrega. Nel frattempo, giusto per completezza d’informazione, hai accanto a te un termos pieno di camomilla e tiglio, non si sa mai.

La squadra è quella delle grandi occasioni, manca Vrsaljko ma Sime gioca una partita no, l’altra no, la terza forse, la quarta si; ed è un peccato, il ragazzo ha talento, difende ed attacca, è uno di prima fascia. C’è Radja, che Spalletti metterebbe anche se camminasse in campo. E, in effetti, Nainggolan cammina per oltre quaranta minuti, mentre i suoi compagni barcollano senza però concedere occasioni davvero pericolose agli Spurs; in partite come questa, caro Luciano nostro, non si fa. Non si mette sul terreno di gioco uno che non sta in piedi, reduce da un infortunio e non adatto a quella che sarebbe stata, e lo è stata, fisicamente una battaglia. Non si fa in casa di una squadra inglese, su un campo scivoloso per la pioggerellina tipicamente anglosassone, di fronte ad avversari che dalla tre quarti in su hanno talento da vendere sui terreni di gioco di mezza Europa, ma in mezzo posseggono corsa, garra, cattiveria e palle. Ad ogni buon conto, ammettiamolo onestamente, il gol da pollastri lo prendiamo senza Radja in campo.

Insomma, il primo tempo si chiude pari; noi abbiamo praticamente rinunciato a qualunque sortita offensiva, eccezion fatta per la clamorosa occasione creata al minuto 45 e sprecata da Borja, subentrato al belga, che si è guadagnato una lunga lista di paroline. Non diciamo quanto dolci.

Nella ripresa si cambia copione, il Tottenham non combina nulla se si eccettua una deviazione di testa da zero metri messa a lato ma, che diamine, siamo a casa loro, partita decisiva, e i guantoni di Samir sono immacolati dopo settanta minuti. Anzi, è l’Inter che sfiora la segnatura, negata da un portiere di medio cabotaggio che trova la serata per giustificare il lauto ingaggio proprio contro di noi. Poi, all’improvviso, dal nulla, distrazione collettiva e gol subito. Ti accasci con la faccia sul tavolo, i coglioni che girano, le cosucce che escono dalla boccuccia non sono propriamente dei peana o delle poesiole in dolce stil novo.

Si fa male De Vrij, gran partita la sua, esce Politano, non benissimo, e Lautaro sta in panca. Perché ti sei bruciato un cambio, quello di Radja, inutilmente. Riesci anche a sfiorare il pareggio con una bordata terrificante di Asamoah diretta all’angolino ma involontariamente respinta dal ginocchio/coscia/forse mezzo gioiello di famiglia di un inglese messo lì per caso.

Finisce.

L’Inter ha perso. Viva l’Inter. Sempre e comunque.

Non meritavamo la sconfitta, ma il calcio è anche questo, lo sappiamo. Un po’ frase fatta, come quella del professore che ti rimandava spiegandoti che dovevi applicarti maggiormente.

Mavadavialcù si può dire?

Ad Maiora.


Gabriele Borzillo