Lo Strillo di Borzillo - Giovanni Mario, alzati e corri!

Il punto in casa nerazzurra a firma del nostro Gabriele Borzillo.
30.10.2018 10:09 di Redazione Calcissimo  articolo letto 304 volte
Joao Mario
Joao Mario

Si gioca, non si gioca, si gioca, non si gioca, si gioca, non si gioca. Peggio che sfogliare la margherita, e poi non è stagione di margherite. Alla fine si gioca, sfidando le divinità del vento e della pioggia che ha fatto la sua apparizione, nemmeno troppo timorosa, sul finire del primo tempo, tanto da farti venir voglia di dare ai giocatori un impermeabile, un ombrello, una giacca a vento leggera, qualcosa insomma altrimenti si ammalano e viene l’influenza.

Si comincia, la Lazio ha il dente avvelenato (si dice così no?) dal venti maggio, quando Vecino ha consegnato alla truppa Spalletti quella Champions tanto desiderata da Inzaghi e i suoi ragazzi, inseguita, quasi acchiappata, rimandata a data da destinarsi dal Crotone di Zenga poi retrocesso ed infine perduta nel modo peggiore, davanti al proprio pubblico in rimonta ad otto minuti dal fischio finale in un’ultima, terribile, giornata.

Iniziamo con piglio ed il vestito buono, mentre loro si mettono in dieci dietro la linea del pallone aspettando il nostro errore per punirci. Simone Inzaghi l’ha studiata così, confidando in una Inter che non esiste più, almeno così pare, l’Inter che fatica a trovare la porta avversaria, balbettante, insicura, a tratti perfino arruffona. Forse l’allenatore biancazzurro è rimasto indietro coi tempi; oggi Icardi e compagni la porta la trovano, eccome se la trovano, giocano con tranquillità e la consapevolezza di essere più forti; quando sanno di non esserlo, vedi Barcellona, si limitano a difendere con intelligenza, chiedere a Lopetegui preso a schiaffoni in Catalogna senza capire nulla per novanta minuti delucidazioni in proposito.

C’è Joao Mario, Giovanni Mario per gli amici, dal primo minuto. E De Vrij parte dalla panchina, con Miranda accanto al gigante buono Skriniar. Ci specchiamo stile Narciso cazzeggiando amabilmente sul campo verde e loro cercano di combinare qualcosa, sempre col dente avvelenato; ne consegue che il gioco latita, in campo ci stiamo ma ci stiamo male, Spalletti urla mentre Inzaghi dopo cinque minuti non ha più voce, tanto per cambiare; e che diamine, porti delle mentine in panchina, l’eucaliptolo, uno sciroppo, altrimenti nei dopo partita non si afferrano i concetti che vuole esprimere. Che poi, stasera, di concetti ne aveva da esprimere ben pochi.

Insomma, quattro urli e ricominciamo a macinare gioco, un po’ come Ivan Drago in Rocky 4 abbiamo bisogno dell’allenatore che ci dia la sveglia; e la sveglia Luciano nostro ce la dà, tanto che tempo dieci minuti scardiniamo la cassaforte biancazzurra. Stavolta Vecino la prende, la prende sempre lui, toccandola di giustezza per Icardi che da zero metri non sbaglia. Ecco, Icardi assomiglia a Sentenza, il cattivo di Sergio Leone, l’uomo che ti colpisce e ti ammazza (sempre sportivamente, sia chiaro) in un attimo, letale per gli avversari. Dunque Sentenza gonfia la rete e ci troviamo, meritatamente in verità, sull’uno a zero. Della Lazio non ci sono tracce, solo qualche flebile grido inzaghiano perso negli scrosci di pioggia violenta che avvinghiano l’Olimpico. Dopo il gol ti aspetti la loro reazione. Che non c’è. Oh, intendiamoci, non è che non c’è perché sono scarsi, non c’è perché noi giochiamo da grande squadra; pallone che gira da destra a sinistra - quasi sempre di prima - uomo perennemente libero a cui affidare la biglia (prevalentemente Brozovic che fa un giro del mondo a piedi ogni partita), tranquillità e piena consapevolezza della propria forza. E, quando le circostanze sono favorevoli, affondare nella difesa avversaria con cattiveria e determinazione.

Così, sul finire di un primo tempo pazzesco, Brozo da 25 metri trova – mirandolo – l’angolino buono, raddoppia e la Lazio sembra un pugile dilettante che si trova di fronte il Mike Tyson dei bei tempi. Completamente groggy Immobile e compagni vengono salvati dal duplice fischio di Irrati, buona la sua direzione.

Secondo tempo che penso subito: ecco, questi credono di essere al bar a farsi un bianchino con patatine, olivette e cipolline, poi il venticello romano aiuta in tal senso. Loro partono lancia in resta, ventre a terra, insomma partono come meglio credete ma durano un amen, un sospiro di ponentino. Perché l’Inter ricomincia a giocare, mantenendo il controllo del pallone e gestendo i tempi del gioco. Accelerando o diminuendo la velocità come e quando pare ai nerazzurri, offrendo una dimostrazione di superiorità anche inaspettata se volete. In quest’ottica, approfittando dell’ennesima ripartenza, la palla arriva a Sentenza che ridicolizza il diretto avversario mettendolo a sedere e, da cinque o sei metri massimo, trova la doppietta serale. Tanto per non perdere l’abitudine.

Il resto è accademia, giusto per notare che la maglietta cade bene addosso a Keita Baldé e che Borja Valero, sostituto di uno Joao Mario finalmente giocatore di calcio, è inciampato in una serataccia a Barcellona, visto il fosforo dispensato nella mezz’ora in cui è stato impiegato.

Finisce, Spalletti ha stravinto la battaglia. Osando molto più delle aquile.

L’Inter ha vinto, viva l’Inter.

Ora pensare al Genoa, che non abbiamo fatto niente. E, soprattutto, non siamo l’anti niente, non cadete nel trappolone. Siamo semplicemente l’Inter.

Ad Maiora.

Gabriele Borzillo