Lo Strillo di Borzillo: Corsi e (non) ricorsi

Il consueto punto in casa nerazzurra all'indomani della vittoria sull'Udinese...
17.12.2018 00:10 di Redazione Calcissimo  articolo letto 142 volte
Lo strillo di Borzillo
Lo strillo di Borzillo

Hai ancora nel fisico e nel cervello le tossine per l’eliminazione da un girone di Champions dove eri stato perculato dai grandi conoscitori del pallone al momento dell’estrazione delle palline dall’urna, dove volete andare che se fate due punti vi va bene; al contrario ne esci per un autogol ed un pareggio del Tottenham a cinque minuti dalla fine, il solito culo dell’Inter, contro gli allievi del Barcellona. Oltre, ovviamente, al tuo passo falso, ancor più grave in quanto ottenuto contro una squadra davvero scarsa, giustamente criticata in maniera dura, durissima, dagli stessi quotidiani del suo paese per le patetiche perdite di tempo ed un ostruzionismo che non ricordo in Champions tra formazioni serie. Lasciamo perdere, acqua passata. Che la ruota gira per tutti nel calcio, girerà anche per i fantastici olandesi del maestro Van Bommel, forse ancora offeso per i due schiaffi presi in finale a Madrid qualche anno fa.

È dicembre, fa un freddo polare, Milano centro paralizzata da migliaia di persone alla disperata ricerca dei regali; Natale è alle porte ed impazza la solita smania di acquistare la qualunque. Perché a Natale ti propinano di tutto, con la scusa del quel che conta è il pensiero. C’è l’Inter ma c’è anche il party per il compleanno di un amico; scegliamo il party anche perché si potrà vedere la partita e perché Lapo è interista. Oltretutto, l’unica volta che abbiamo guardato insieme i ragazzi in televisione, segnò D’Ambrosio a tre minuti dal termine contro il Genoa.

Giri e rigiri alla disperata ricerca di un posto dove abbandonare la macchina, sono da poco passate le quattro, siamo a duecento metri dal Cenacolo di Leonardo, è sabato pomeriggio, faresti prima a trovare un’oasi nel Sahara; botta di fortuna e, dopo una ventina di minuti buoni nei quali cerchi di mantenere un contegno che ovviamente non mantieni, ringrazi il tuo istruttore di scuola guida ed il suo ti martellarti i maroni con la storia del parcheggio. Dieci minuti di cammino, dopodiché vieni risucchiato nel vortice degli auguri e delle chiacchiere con persone che non incontri da tempo, dei sorrisi di circostanza verso qualcuno che sai di aver conosciuto da qualche parte ma ti sfugge dove. Li saluti anche, evitando accuratamente di chiamarli per nome; non lo sai porca zozza, ce l’hai lì, sulla punta della lingua ma niente, non ti viene in mente, non lo ricordi, e desideri evitare con accuratezza eventuali figure tristi, non è bello in pieno clima festaiolo.

Arrivano le sei e, compatibilmente con il caos di un qualunque ritrovo, cerchi di buttare un’occhiata alla partita mentre ti parlano da destra e da sinistra; però ti tradiscono l’espressione beota e le risposte a monosillabi sicché vieni abbandonato solo e ramingo, una sorta di appestato. Che poi, alla fine, io voglio vedere la partita e non importa se rimango solo o in compagnia.

Siamo tesi, nervosi, contratti, lo vedrebbe pure un bambinello innocente. Discreto il giro palla ma, una volta arrivati ai trenta metri dalla porta avversaria, ci perdiamo nel nulla. Tanto è vero che il primo pericolo lo costruiamo  al minuto ventuno con una girata di testa del solito Mauro, quello di scambiamolo con Gabbiadini più conguaglio o io lo girerei alla Juve per Higuain, più completo. Lasciamo stare, non è il caso di rivangare certi discorsi; per il bene di chi li faceva, mica per altro. Comunque fatichiamo, oltre misura, contro avversari davvero modesti che nel primo tempo non fanno un tiro verso al nostra porta che sia uno. Sbagliamo sempre di più man mano passano i minuti, chiaro indice di ansia da prestazione conclamata. E per fortuna l’arbitro manda tutti a prendere il famoso tè caldo negli spogliatoi anche se, vista la temperatura, sarebbe meglio un punch al mandarino.

Rientriamo pieni di buone intenzioni e i primi cinque minuti della ripresa assomigliano all’assedio di Forte Apache; ma, al solito, creiamo molte meno occasioni della mole di gioco che svolgiamo. E l’Udinese, fino a quel momento il vero nulla, mette la testa fuori, rischiando seriamente di colpire e affondare con Mandragora, l’acquisto più caro nella storia del club friulano, che fortunatamente spara ai popolari da cinque o sei metri un pallone semplice, semplicissimo. Accusiamo decisamente il colpo e sbandiamo pericolosamente per una decina di minuti; poi rientriamo in controllo della partita e creiamo. Santi numi, creiamo pure tanto. E sbagliamo. Sbagliamo di tutto, sbaglia persino Mauro, di testa, a cinque metri cinque dalla porta, col portiere fermo immobile e la palla che sfila alla sua destra, centimetri uno dal palo. E pensi: ma vaffanculo,  scrivere di pensare qualcos’altro tipo accidentaccio, caspiterina o miseriaccia è una bugia di dimensioni incommensurabili, possiamo stare qui fino a domattina tanto non entrerà mai quella maledetta roba rotonda. Ma la speranza c’è, vedi la voglia nei giocatori, la volontà, sono reattivi, hanno in mente di vincere. E continuano a macinare gioco, magari poco spumeggiante, magari accompagnato da qualche errore di troppo in fase di impostazione, ma giocano. Finché il prode Fofana, ragazzone fino a quel momento praticamente perfetto, non decide di allontanare l’ennesimo calcio d’angolo battuto da Marcelo con una mano. L’arbitro non vede, viene richiamato dal var; per fortuna non è Manganiello, nemmeno Mariani, e decide di andare a visionare l’azione. È rigore, senza se e senza ma. Tira lui, Mauro; cucchiaio, mentre le mie pulsazioni cardiache oscillano tra le duecento e le duecento una. Manca un quarto d’ora al termine. Ma controlliamo senza particolari difficoltà.

L’Inter ha vinto, viva l’Inter.

Ora riposo e testa a Verona, campo a noi particolarmente ostico e fastidioso. Ma si deve vincere, altro risultato non è contemplato.

E no, la solita crisi invernale, la solita sconfitta casalinga dicembrina pre-natalizia stavolta non ci sarà. I corsi e ricorsi possono essere disattesi.

Ad Maiora.

Gabriele Borzillo