'Maledetti' ma vincenti: perché alla Juve piacciono gli allenatori toscani?

Tanti gli allenatori bianconeri di sangue etrusco
18.06.2019 00:30 di Carlo Tagliagambe Twitter:    Vedi letture
Sarri e i toscani
Sarri e i toscani

Irriverenti, sboccati, ironici, ma spesso e volentieri anche geniali. I toscani sono così, prendere o lasciare. Con quella parlata che alterna accenti in punta di fioretto e stoccate di aspirazione quasi estrema, tanto da diventare quasi un monologo teatrale. Che sia all'interno dello spogliatoio o davanti ai microfoni della sala stampa, non c'è dubbio che gli allenatori toscani abbiano spesso e volentieri un'innata capacità di calamitare l'attenzione

Basti pensare che, tolto il 'milanesissimo' Trap, i due allenatori più vincenti della storia bianconera sono entrambi figli dal Granducato: tredici i titoli conquistati dal viareggino Marcello Lippi, undici quelli messi in bacheca dal livornese Max Allegri. E adesso toccherà ad un Maurizio Sarri, napoletano di nascita ma toscano d'accento e di pensiero, provare a proseguire sulla scia di vittorie lasciata dal corregionale. 

Sì, ma come mai la sabauda e austera Juventus, inquadrata negli schemi della noblesse oblige imposti dall'Avvocato Agnelli, affida la sua guida a 'toscanacci' spesso e volentieri sopra le righe per vocabolario, temperamento o (in questo caso) abbigliamento? 

Le risposte spesso e volentieri si trovano nei libri, e allora ecco venirci in soccorso il classico 'Maledetti Toscani' di Curzio Malaparte, che spiega così le relazioni (non troppo) diplomatiche dei suoi conterranei: "Di fronte ad un toscano, tutti si sentono a disagio. Un brivido scende nelle loro ossa, freddo e sottile come un ago". 

Gente da prendere con le molle, insomma. Caratteri spigolosi e creativi (chiedete a Lele Adani per conferma), evidenziati dalla vena polemica e dall'immancabile battuta pronta (ricordate cosa rispose quella volta Marcello Lippi a Taribo West?).

Tutte peculiarità (o luoghi comuni) di cui nemmeno Maurizio Sarri sembra esser sprovvisto, così come dalla canonica 'sindrome da accerchiamento' che, oltre che i toscani, attanaglia da sempre anche i tifosi juventini: "Il sospetto e l'inimicizia di altri popoli -si legge nel libro- ci fanno senza dubbio onore, essendo manifesti di rispetto e di stima. Nessuno ci vuol bene e, a dirla fra noi, non ce ne importa nulla". 

Non è del resto vero che la Juve, oltre ad essere la squadra più tifata d'Italia, è anche la più detestata dall'eterogenea massa (di cui Sarri si faceva peraltro portavoce) degli anti-juventini? La domanda è retorica, come scontato sarà l'obiettivo scalfito sulla pietra del contratto del buon Maurizio: portare una mentalità vincente anche oltre confine.

E chi, se non un toscano, per riuscire nell'impresa? Del resto, l'ultimo a farcerla fu proprio il toscano Lippi, l'ultimo a sfiorarla (due volte) il toscano Allegri. Ora tocca a Sarri. Perchè come dice il Malaparte: "Maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani". Chissà se vale anche per l'Europa...


Carlo Tagliagambe